Le bugie del risparmio gestito hanno le gambe corte (e le performance poco brillanti)

Ormai l’industria del risparmio gestito non sa più cosa inventarsi per trattenere i risparmiatori e per continuare a lucrare, vendendo prodotti costosi e tendenzialmente inefficienti.

A ben vedere però probabilmente dovrei chiamarla industria del “risparmio tradito” dal momento che ultimamente lo sport che va per la maggiore è quello di denigrare gli ETF a vantaggio dei fondi di investimento, facendo ricorso a sotterfugi, mezze verità o complete bugie.

 

Un esempio di comunicazione quantomeno opinabile è quella di “gimme5” di Acomea, che è una società che gestisce fondi comuni di investimento.

 

In un solo articolo sono riportare 3 mezze verità in 3 affermazioni.

Personalmente non amo questi mezzucci e non mi sembra un comportamento rispettoso verso i risparmiatori.

 

Partiamo dalla prima affermazione.

Secondo Acomea “i costi di negoziazione degli ETF possono raggiungere anche l’ 1% di costo aggiuntivo”.

 

E’ vero che quando si acquista o si vende un ETF si paga una commissione di negoziazione alla propria banca ma il costo indicato da Acomea è oltremodo gonfiato.

Una Sim online come Directa ha un costo di 5 euro per ogni operazione, indipendentemente dal controvalore dell’operazione, sia che si acquistino ETF per 1.000 euro oppure per 100 mila euro.

Una banca online come Fineco, tra le più costose, ha una commissione massima di 19 euro per ogni operazione, anche in questo caso indipendentemente dal controvalore scambiato.

Qualche banca tradizionale applica commissioni percentuali ma si tratta mediamente dello 0,40-0,7% che costituisce un costo decisamente inferiore rispetto a quello indicato dalla società del risparmio gestito.

Oltretutto si tratta di un costo trattabile e molte banche non hanno difficoltà a scendere ad una commissione dello 0,10-0,20%.

 

Passiamo alla seconda affermazione “Premi e Sconti: può esserci una differenza tra il prezzo quotato in Borsa di un ETF e il valore di mercato dei titoli presenti al suo interno, altrimenti noto come valore patrimoniale netto o NAV. (comprando quindi un ETF ad un prezzo superiore e vendendolo ad un prezzo scontato, alla fine perderai del denaro)”.

 

Anche questa è una mezza verità.

È vero che durante una seduta può verificarsi un momentaneo disallineamento tra il valore del NAV (che sarebbe poi l’iNAV) e la quotazione in tempo reale ma questo sfasamento è riequilibrato in pochi minuti attraverso dei meccanismi, chiamati “creation e redemption in kind” (creazione oppure cancellazione delle quote, permettono di riallineare il valore del iNAV con la quotazione di mercato, evitando inefficienze.

Il risparmiatore non solo non si accorge neanche di questi momentanei disallineamenti, ma non ne è neanche danneggiato, come si lascia intendere nell’articolo.

 

Passiamo alla terza affermazione “Mantenimento del deposito titoli. Prima di acquistare un ETF è necessario disporre di un deposito titoli (o dossier titoli) tramite la propria banca. In Italia, il canone per il mantenimento di un dossier titoli si aggira in media intorno allo 0,19% all’anno”.

 

Anche questa è una mezza verità, o forse potremmo dire “tre quarti di bugia”.

Devi infatti sapere che le banche online non applicano nessun costo per l’apertura o il mantenimento di un deposito titoli, indipendentemente dai prodotti che contiene.

Non solo, ma anche le banche tradizionali ormai non applicano più questo costo, che comunque è trattabile e facilmente azzerabile.

 

Dopo aver letto questo articolo, ho fatto un salto sul sito della società e sono andato a vedere le performance dei loro prodotti dal momento che in home page sbandierano con orgoglio che “La qualità e la competenza del team sono comprovate anche dai numerosi premi e riconoscimenti ricevuti negli anni, come le 6 edizioni consecutive del Premio Alto Rendimento promosso dal Gruppo24ORE”.

 

Ti confesso che mi aspettavo di trovare finalmente un fondo di investimento con performance superiori a quelle degli ETF e con costi di gestione concorrenziali.

Non ti dico la mia delusione quando ho effettuato un veloce confronto su un paio di prodotti.

I numeri parlano chiaro, non servono parole: a te ogni commento.

 

Il fondo “AcomeA America A1” investe in titoli azionari americani “Large Cap Value”, ha un costo annuo (spese correnti) del 2,12% (fonte Mornigstar) ed ha ottenuto un rendimento medio composto del 5,55% (fonte Fidaworkstation) con un drawdown massimo del 38,24%, offrendo quindi un indicatore sintetico di rendimento-rischio dello 0,14.

Nello stesso periodo il suo ETF gemello “iShares S&P 500 EUR Hedged Ucits ETF” con isin IE00B3ZW0K18, che presenta un costo annuo (TER) dello 0,20%, ha registrato un rendimento medio composto del 10,29% con un drawdown massimo del 34,96%, offrendo quindi un indicatore sintetico di rendimento-rischio dello 0,29.

 

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Come illustrano in modo evidente le tabelle qui sopra, l’ETF offre un rendimento doppio a fronte di un rischio inferiore rispetto al fondo di investimento.

 

Non solo, ma questa maggiore efficienza di performance è realizzata a fronte di un costo decisamente inferiore: su un capitale di 20.000 euro, privilegiare l’ETF invece che il fondo significa risparmiare in termini di minori costi di gestione il (2,12-0,20) = 1,92% che su un capitale di 20.000 euro significa 384 euro ogni anno.

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Nel rispetto delle vigenti normative si specifica che in questo articolo il materiale è stato prodotto da Gabriele Bellelli, investitore privato e formatore (in seguito “autore”) il giorno 16 luglio 2020 alle ore 22 e diffuso al pubblico per la prima volta il 16 luglio 2020 alle ore 23.00 
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